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28/11/2013

Diario dal Kenya: parte 1

Qui le cose stanno andando benone. L’inizio è stato lento, abbiamo perso qualche giorno letteralmente rinchiusi in un hotel di Nakuru. Ma, appena dopo, io e Adrien siamo partiti per la prima area di studio, il lago Baringo e la savana arida che lo circonda, dove il lavoro è cominciato subito a un ritmo impressionante.

 

VITA DI CAMPO

Dopo il primo meeting organizzativo con NECOFA, il partner locale di MANITESE e WWF Italia, i primi giorni sono stati dedicati alla vita di campo, anticipata rispetto ai workshop con la comunità per l’esigenza di mettere nel bush le fototrappole per il campionamento diretto. A giorni ci diranno cosa se queste fototrappole hanno trovato qualcosa; per metterle abbiamo seguito i pareri di un gruppo ristretto di “key informants” con cui il lavoro di mappatura partecipativa è cominciato direttamente sul campo.  

Per un paio di giorni abbiamo cominciato a esplorare la savana fitta (shrub savannah) sulle colline a sud e a est della comunità di Marigat, trovando la piccola antilope di nome dik dik e segni indiretti di iena, tra cui anche una tana, con tanto di pelo dentro. Ovviamente, come ci insegnava il re leone, tra le rocce!  Spostandoci poi più a est, la qualità del bush migliorava, così come il suo apparente livello di “wilderness”, finché la squadra ha incontrato  bambini spaventati da facce bianche e vecchi che ci hanno spiegato come in quella zona non si vedesse uno “mzungu” (il bianco in swahili) dal 1968.

È qui che abbiamo finalmente visto delle zebre, come segno di un ecosistema che, se non straricco come quello di un’area protetta, comincia a restituire i segni di qualche naturalità altrove compromessa dalle “shambas", la piccola agricoltura di sussistenza che sta erodendo pesantemente il territorio naturale in tutta Africa e segno diretto dell’incremento di popolazione del paese. Così come succede in tutto il mondo, la pianura è moto più compromessa delle colline circostanti. 

 

LA TIGRE IN KENYA?

Ed è qui che un bambino simpatico ci ha detto, sfidando ogni legge della zoogeografia, di aver visto una tigre qualche anno fa.  L’informazione è stata confermata dal bimbo e suo nonno anche quando il nostro informant ha scaricato e mostrato loro una foto di tigre sul cellulare (eh sì, qui ormai la community based conservation si fa con gli smartphone...). L’informant ci ha creduto e ci è voluta una sessione apposta del workshop per convincerli che non era possibile che si fosse trattato di una tigre.     

 

IL LAGO BARINGO

È una natura emozionante, perché non la dai per scontata. Non sei nel masai mara, o nel Tarangire, nei parchi stupendi dell’East Africa dove vedi sempre tantissima fauna. Sei in un posto sotto attacco, come tutto, ma dove c’è ancora tanta natura e dove il tuo lavoro può fare la differenza. Le impressioni di naturalità, crescente con il procedere dalla zona sud a quella est del Lago Baringo,  sono state anche più definite durante la nostra visita di domenica allo stesso lago.

È un posto notevole, con un’avifauna impressionante. Questo lago cambia livello in modo inaspettato ogni tot anni. L’ultima volta ha ricominciato a salire (non scendere!) un paio di anni fa e la comunità di Salabani ha dovuto migrare, vedendo il villaggio intero permanentemente inondato. Nel 1961 si è creata un’isola da una penisola, dove oggi esistono popolazioni rimaste di impala, rock hyrax, una ricchissima erpetofauna (serpenti), più  8 giraffe importate a posteriori in barca dalla riserva di Naivasha (sic!). 

 

LA RISERVA RUKO

E da qui che, guardando con il binocolo verso la costa est, ho scoperto l’esistenza di un posto bellissimo che si è poi rivelato essere una riserva naturale gestita dalle comunità di nome RUKO. Ebbene questa riserva, già creata come “peace-park” in piccolo, non viene tuttora utilizzata a fini turistici perché le tribù degli ILCHAMUS e dei POKOT se le danno di santa ragione. Qui ci sono bufali, due specie di kudu, zebre, impala, ippopotami, coccodrilli , leopardi e anche leoni.  La gente narra che più di una volta alcuni elefanti siano scesi al lago dal lì, per attraversarlo a nuoto (due tappe da  due e tre km con un isolin mezzo sulla quale, pare, si sarebbero fermati per qualche tempo). Nonostante qualche problema di sicurezza, grazie a contatti locali andremo probabilmente a visitarla in maniera sicura la settimana prossima, perché voglio capire quale potenzialità , apparentemente alta, sembra avere questo territorio. 

Il workshop è stato bello. Un sacco di dati raccolti. E questa informazione stupenda di un corridoio faunistico tra la RUKO conservancy e il parco di Bogoria è uscita mappando il leone, rivelandosi poi a posteriori un corridoio faunistico generale, prezioso, su cui la comunità sta già lavorando. Si chiamano specie “ombrello,  la cui conservazione e identificazione va a vantaggio di tutto l’ecosistema.  E funzionano. La gente è simpatica, il rapporto “in aula” si semplifica giorno per giorno. Il lavoro è tanto. 

La prossima settimana sarà sul campo, un po’ con le persone, un po’ con un  gruppo ristretto. A voi qualche foto dal workshop e dal bush. Ciao!